Cosa vuol dire come?
Con il termine “Come” si vuole dire “alla maniera di” cioè in che modo, con quali modalità proponiamo l’attività motoria rivolta ai giovani? Cominciamo col dire che (“come?” e non “come!”) non è una parola risposta ma una parola problema, che non ha un’unica soluzione, non ha ricette, nulla è già predeterminato. La formazione giovanile è un processo in divenire che, una scommessa, come direbbe Antonio Machado:
Caminante no Hay camino: la strada si fa con il cammino,
Quale strada? Quale cammino?
Come già detto il vero oggetto dell’educazione motoria, il vero scopo del nostro viaggio, è la formazione alla felicità e l’educazione alla vita. Una vera e propria sfida, la sfida dell’ignoto. É necessario che l’educatore sia consapevole della propria responsabilità, nessuno è perfetto, la perfezione non esiste, ma è importante che questa missione, sia fatta bene, con passione, sia fatta con grande responsabilità; nelle nostre mani è affidata la vita del fanciullo.
Muoversi è esprimersi liberamente. Proporre il movimento vuol dire favorire ricerca, vale a dire favorire nuove scoperte. Purtroppo spesso si cade nell’errore di fornire ai giovani quello che piace e/o che conviene agli adulti, proponendo attività che non differiscono da quelle degli atleti evoluti, come ad esempio esercitazioni ripetute pedissequamente, mentre bisogna fare acquisire ai bambini criteri di scelta per conoscere ed essere consapevoli del proprio corpo, insegnare a pensare non a cosa pensare, a muoversi, non a cosa muovere, insomma bisogna insegnare ai bambini a essere liberi, lasciando loro la facoltà di essere felici a modo loro. Per poter educare, bisogna amare e restituire al bambino il posto che gli spetta.
La centralità del bambino
Solo partendo dalla centralità del bambino, è possibile favorire i risultati cercati: il suo benessere fisico e psichico, La sua crescita, la sua felicità. Ma la centralità del bambino non riguarda solo l’istruttore, essa è un problema etico di tutti. Quello della formazione giovanile è un problema di tutti e tutti devono collaborare e interagire fra di loro, affinché sia garantito al bambino il diritto di muoversi, di crescere e di essere felice, e forse solo così un domani potremo aspirare a un mondo migliore. Come possiamo insegnare praticamente il movimento per aspirare a tanto nobili obiettivi? Quali sono gli strumenti che abbiamo a disposizione? La risposta è semplice, è naturale, la risposta è nella natura, è della natura: La risposta è Il gioco.
Il gioco
“Il gioco è una cosa seria”. Il gioco è un’attività vitale che non è stata inventata dall’uomo e non è prerogativa solo dell’uomo, anche gli animali giocano. Spiegare il gioco non è semplice e non è un argomento che potremmo esaurire in poche righe, Il gioco, il vero gioco, richiede il Movimento, il gioco è il bisogno prevalente dell’infanzia, un’attività innegabile, giocare è un diritto, negare il gioco equivale a commettere un crimine. Perché si gioca, perché giochiamo, perché è così importante?
Giocare genera una sensazione di benessere psicofisico, quando giochiamo ci rilassiamo, giocare è svagarsi, per il bambino il gioco è questo e molto altro di più, nel gioco, il bambino sviluppa le proprie potenzialità intellettive, affettive, relazionali, sociali fondamentali per formare la personalità “Grazie al gioco costruiamo il nostro destino”.
Il come del come
Quello della formazione giovanile è un processo complesso [complesso dal latino complexus, tessuto insieme…] che esige di aver ben compreso di comprendere, collegare: saperi, situazioni, relazioni e inclinazioni, al fine di sviluppare strategie, sia ben chiaro, strategie e non programmi, strategie che consentano di affrontare i rischi, l’imprevisto e l’incerto, e di modificarne lo sviluppo, in virtù delle informazioni che man mano si acquisiscono durante la pratica dei gesti che formano e che preparano alla vita. L’azione dell’educatore nasce dall’osservazione, la quale però deve essere perspicace, acuta, la potremmo definire, in altre parole, serendipità cioè l’arte di trasformare dettagli apparentemente insignificanti in indizi che consentono di ricostruire tutta una storia. Come un detective che dall’osservazione della scena del delitto, dai particolari anche più insignificanti, arriva a capire chi sia stato l’assassino, così l’istruttore dovrebbe ricostruire la situazione per orientare il gioco e le proposte affinché il bambino possa apprendere e crescere. Educare è legare l’esercizio al dubbio, il dubbio all’esercizio, un lavoro in divenire che richiede di essere sempre pronti al cambiamento, ad adattare le scelte alle circostanze. Pertanto è richiesto all’istruttore un approccio dinamico di mediazione affinché gli stimoli emersi dall’ambiente vengano mediati e guidati dalle intenzioni dell’istruttore, dalla cultura e dall’investimento emotivo, allo scopo di favorire lo sviluppo delle abilità motorie. L’idea è quella di cominciare a rifiutare il dualismo mente-corpo, lo sforzo dovrebbe essere quello di concentrarsi e enfatizzare nelle proprie proposte l’inestricabile accoppiamento esistente tra i processi cognitivi, il corpo e l’ambiente. I processi cognitivi sono legati alla motricità, il movimento è alla base di ogni genere di apprendimento. Un professionista dell’educazione deve essere capace di operare in contesto proponendo problematiche soluzioni legate al qui e ora, difficilmente riproducibili e interpretabili solo in base a teorie generali sull’apprendimento, quindi l’attenzione deve necessariamente spostarsi sulla relazione tra progettazione didattica e regolazione in azione. Contemporaneamente l’azione è anche lo spazio-tempo, in cui il docente attua, continue micro-regolazioni collocate in un contesto (nel contesto esiste, risiede, ma soprattutto è centrale la persona) sempre soggetto a modifiche. In realtà non esiste un solo metodo, a volte potrebbe non esistere nessun metodo, per cui bisogna andare oltre il metodo, per fare ciò è necessario praticare un pensiero che si sforzi di contestualizzare e globalizzare le informazioni e le conoscenze, per cui si richiede di utilizzare non il programma e la programmazione ma la strategia.
Un circolo virtuoso che è valido se viene continuamente nutrito della magia del vincolo relazionale creatasi fra lo stupore dell’educatore e la meraviglia dei bambini.
“Solo lo stupore conosce”
Tutto viene meno, senza questo stato d’animo tutto si annienterebbe come castelli di sabbia al vento
Lo stupore è vitale, è la benzina che deve muovere sempre le nostre intenzioni.
Il Come “Lo scopo e le regole del gioco”
Il “Come” dell’educatore è una sintesi di perché, di quando e di dove che guidano consapevolmente le proposte pratiche dell’educatore mentre il fanciullo gioca e compete in modo gioioso con sé stesso e con gli altri al fine di rispettare l’intenzionalità educativa. In ogni gioco che si rispetti vi è un ingrediente importantissimo che non dovrebbe mai mancare, lo definirei il sale dell’attività motoria, perché qualsiasi gioco perderebbe sapore senza di esso. L’ingrediente a cui mi riferisco è l’intelligenza.
Motivo per cui il gioco deve essere intelligente, deve essere condotto in maniera intelligente, deve far accrescere l’intelligenza. Attenzione, mirare a sviluppare l’intelligenza non vuol dire soltanto pensare di aiutare ad accrescere quelle qualità logiche di ragionamento, la parola intelligenza in realtà sotto intende a un concetto ancora più ampio. Come sostiene Howard Gardner: “Non esiste una facoltà comune di intelligenza, bensì diverse forme di essa, ognuna deputata a differenti settori dell’attività umana: Intelligenza logico-matematica, linguistica, spaziale, musicale, cinestetica Intelligenza, intrapersonale, intelligenza naturalistica, etica, filosofico-esistenziale.”
Ognuna delle forme d’intelligenza individuata da Gardener, non sono a sé stanti, dissociate dalle altre, ciascuna di loro influenza ed è influenzata dalle altre e il corpo in movimento rappresenta il fulcro, il viatico unico entro cui possono interagire tali processi cognitivi.
Qualunque atleta dovrebbe essere in grado di comprendere e essere consapevole del processo messo in atto per trovare egli stesso la soluzione al problema e magari autocorreggersi.
Il come
Come si diventa autonomi?
Cominciamo col dire che una modalità potrebbe essere quella di partire da una parola: PRINCIPIO.
Il principio, sta a indicare ciò che viene prima. A monte di ogni processo, conoscenza, quello che deve essere compreso per primo è il principio (non è solo il principio, ma è dal principio che si comincia). Senza conoscenza e comprensione del principio di un fenomeno che vi governa a monte, non vi può essere piena consapevolezza del processo motorio messo in atto. Si può insegnare perfettamente un passaggio, fare un dribbling, ecc. Ma cosa se ne farà mai un ragazzo di queste abilità se non ha realmente compreso quando e in qual misura bisogna applicarle?!? Ad esempio un ragazzo può imparare a partire da un blocco di partenza molto meglio se è a conoscenza e ha consapevolezza piena del terzo principio della dinamica:
«A ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria»
Quindi se il nostro atleta è a conoscenza del fenomeno fisico che governa l’azione del partire dai blocchi egli potrà meglio sperimentare, comprendere autocorreggere il processo dell’azione messo in atto che con molta immodestia chiamerei.
Meta-corpo-cognizione, cioè la consapevolezza da parte di un individuo della propria capacità e dei propri processi cognitivi-corporei dell’attitudine a modificare il proprio modo di apprendimento e di movimento.
Come si insegna?
Lo scopo finale deve essere è quello di imparare ad imparare significa riconoscere ed in seguito applicare consapevolmente adeguati comportamenti, strategie, abitudini utili ad un più economico ed efficace processo di apprendimento. L’istruttore agisce in modo da creare un percorso graduale non troppo semplice, né troppo difficile, rispettando la zona prossimale di sviluppo di Vygotskij, in modo da mirare alla soluzione di una rete di problemi, che servendosi delle soluzione formulate dai ragazzi, Invita con delle Domande a riflettere, auto-regolare, prendere coscienza sul processo messo in atto, a trovare analogie in altri campi, al fine di generare competenze.
Il come “Multilateralità e plasticità del movimento”
L’apprendimento, se non viene vissuto attraverso il proprio corpo in movimento, non può essere pienamente completato:
A dei ragazzini si può insegnare perfettamente un’abilità motoria, ma…!??!
Per esempio, a dei ragazzini si può insegnare perfettamente la corsa ostacoli (tecnica, distanza, ritmica, ecc.. ) come un atleta evoluto Ma…!?!? è’ questo l’approccio giusto…!?!? Evidentemente No!!! Perché? Si cresce, si cambia, cambiano i parametri, cambiano le situazioni, ciò che è valido oggi, domani non lo sarà più, tutti gli schemi motori registrati come un programma informatico non risponderanno più correttamente ai compiti motorio Perciò !!! Le abilità non devono essere statiche a sé stanti, altrimenti servono a poco, Tirare un rigore sempre allo stesso modo con le stesse modalità rimarrà sempre e solo un’abilità statica che quando il problema da risolvere differirà leggermente dal solito, il nostro ragazzo non sarà più in grado di assolvere correttamente al compito richiesto. Le abilità devono intercambiabili. Bisogna variare parametri di: spazio, tempo, ritmo, condizioni, ecc, proporre nuovi problemi, stimolare con il progresso a aumentare la velocità di risposta. Sembrerà strano. ma, per questo aspetto, il ruolo dell’istruttore è: improvvisare e allo stesso tempo proporre cose specifiche, questo è un concetto importante che viene chiamato multilateralità. La multilateralità consiste nel proporre tante cose specifiche (non esiste attività motoria generale) ma sempre diverse che non permettono di specializzare perché la specializzazione è la tomba della crescita per l’allievo.
Un approccio di questo genere deve indurre l’istruttore anche a cambiare il modo di competere, infatti oltre a misurare il tempo, lo spazio, dare punteggi, etc. deve ricercare altri parametri di confronto come, ad esempio, dopo una corsa veloce, domande del tipo: Sei arrivato primo ma quale tempo hai impiegato?
Quanti passi hai fatto? Etc.? Questo approccio è un processo che mira a favorire la capacità di sensibilizzare l’attenzione su se stessi mira a favorire la capacità di percepire il movimento e auto correggersi, distoglie l’attenzione sul pensare che il tempo ottenuto sia l’unica cosa importante, allarga il ventaglio degli aspetti da considerare, favorisce nuove forme agonistiche che aiutano anche i ragazzini meno forti a competere senza intervenire in modo negativo sulla propria autostima (uno dei motivi dell’abbandono alla pratica sportiva) aiuta i più forti a non illudersi che diventeranno dei campioni, educa a una competizione sana, educa alla resilienza e a comprendere l’importanza e l’accettazione della sconfitta come situazione inevitabile della propria vita. Diversamente la specializzazione deve essere realizzata seguendo il principio della gradualità; in essa deve essere sottolineato che, in una preparazione fisica multilaterale, l’accento deve Cosa ancor più grave è quando sgrida o peggio si offende il ragazzino perché non sempre risolve il compito motorio assegnato, perchè, magari, non si è attenuto agli schemi preconfezionati dall’istruttore. Questo è un atteggiamento sbagliato perché inibisce la creatività, inibisce la capacità di trovare alternative, inibisce la capacità di inventare e trovare nuove soluzioni.
Come il gioco diventa pericoloso
il gioco e, ancor di più, lo sport, rappresentano una metafora della vita e contengono già nella loro natura gli elementi che preparano alla vita. Giocare e competere nello sport equivale a imparare a vivere nel modo migliore lo si possa fare, ma il gioco esige di un educatore, o meglio di un mediatore affinché possano essere apprese quelle abilità che preparano alla vita, motivo per cui se il gioco viene condotto in modo sbagliato o meglio se il gioco perde la sua essenza che lo fa essere tale, può diventare dannoso. Nel gioco e nello sport si compete, ci si confronta, ci si misura, ci si relaziona, si trasmettono valori. Motivi per cui l’istruttore assume un ruolo centrale molto delicato, un ruolo determinante che può influenzare la vita di una persona sia in modo positivo che in modo negativo, quindi è necessario sapere che esistono modalità corrette e attività scorrette come proporre l’attività motoria. Il rischio di far diventare un gioco un gioco pericoloso esiste ed è anche grande se non si conoscono gli strumenti e non si conoscono o vogliano considerare i rischi. Man mano che il bambino cresce, con il tempo è inevitabile, il gioco motorio subisce una metamorfosi per diventare sempre di più sport,
Qual è la differenza tra il gioco e lo sport?
La competizione è l’ingrediente principale che distingue il gioco dallo sport. La competizione, genera agonismo, la competizione è madre dell’agonismo, l’agonismo è una caratteristica fondamentale dello sport molto delicata che se non gestita in modo etico può essere causa di problemi sia per la salute fisica, sia per la salute psichica, comportamentale, valoriale e relazionale del ragazzo. Di per sé l’agonismo non è un disvalore, anzi, l’agonismo è un grande valore, la vita non sarebbe vita se non esistesse l’agonismo. L’agonismo e la competizione sono elementi presenti in ogni dove in ogni ambito e attività della vita, e lo sport è certamente, in assoluto, il viatico più importante per apprendere e comprendere questo modo di essere imprescindibile della persona, addirittura lo sport non esisterebbe tale se non vi fosse agonismo, tutto verrebbe meno, non vi sarebbero competizioni sportive.
Allora perché l’agonismo può essere causa di tanti problemi?
La maggior parte dei problemi esistenti, se non l’unica causa delle piaghe dello sport, come ad esempio, la specializzazione precoce, il doping, infortuni, problemi della crescita, problemi relazionali, problemi psichici e fisici ecc. nascono, a mio avviso, per mezzo dell’agonismo, nasce per mezzo della competizione, ma in realtà la causa dei problemi non bisogna cercarla nella competizione non è l’agonismo non è nell’agonismo. La causa dei problemi è nei valori che vengono trasmessi nella pratica dello sport, lo sport è un vettore di taluni valori, se i valori trasmessi durante la pratica dello sport sono sani avremo, di conseguenza, uno sport sano ma se i valori sono malsani avremo uno sport malsano, l’agonismo in tutto ciò rappresenta l’amplificatore dell’animo umano,
Il modo in cui la gente gioca mostra qualcosa del loro carattere. Il modo in cui perde lo mostra per intero.
(Harvey B. Mackay)
La pratica sportiva può contribuire ad instaurare nel bambino e nell’adolescente e su come sia possibile favorire uno sviluppo valoriale armonico che a partire dallo sport coinvolga l’intera vita dei soggetti, ma al contrario, la pratica sportiva può contribuire ad instaurare nel bambino e nell’adolescente e su come sia possibile favorire una degenerazione valoriale in modo disarmonico che a partire dallo sport coinvolga l’intera vita dei soggetti.
Il problema è quindi, prima di tutto, di tipo etico:
Quando questi valori non sono corretti nascono problemi scaturiti dalla ricerca della vittoria ad ogni costo, a volte anche con mezzi illeciti, senza curarsi del rispetto delle regole (le regole valgono solo “per gli altri”), in cui l’avversario non viene rispettato ma considerato come un nemico, come una persona da schiacciare e da sopprimere senza esitazioni di tipo etico e morale. Purtroppo non è questo lo sport, questo è uno sport senza amore. Una vittoria portata avanti in questo modo è una sconfitta per la nostra società e per i nostri figli, educare alla vittoria a ogni costo non è educare ma diseducare, diversamente è molto più educativa la sconfitta, la vittoria non permette di crescere mentre la sconfitta lo consente, perché permette di maturare e prepararsi alla vita, questo non vuol dire insegnare a perdere a nessuno piace perdere purché essa sia conseguita nel rispetto delle regole e dell’avversario Ma gli allenatori, gli istruttori sono davvero preparati a questo tipo di lavoro?
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