Nel calcio professionistico, la frenesia di ottenere risultati immediati spinge spesso i club a compiere la scelta più drastica: cambiare allenatore. È una decisione strategica che mira a generare uno stimolo acuto sulla prestazione collettiva, ma che comporta inevitabili conseguenze fisiologiche e biomeccaniche sugli atleti.
La letteratura scientifica suggerisce infatti che, nelle settimane successive a un cambio di guida tecnica, l’incidenza degli infortuni muscolari aumenta significativamente. Il cosiddetto “effetto shock”, spesso auspicato dalle società, si traduce in un incremento del rischio di lesioni da sovraccarico, con impatto diretto sulla disponibilità dei giocatori e sui costi sanitari.
Questo fenomeno non riguarda solo la prestazione fisica, ma coinvolge anche le dinamiche del sistema neuromuscolare, chiamato a riadattarsi rapidamente a nuovi stimoli, metodologie e parametri di carico.

L’epidemia silenziosa degli infortuni muscolari
Gli infortuni muscolari da stiramento, non collegati a situazioni di contatto, rappresentano uno dei principali problemi sanitari negli sport ad alta intensità. Nel calcio professionistico costituiscono oltre un terzo di tutte le lesioni che determinano indisponibilità agonistica.
Queste lesioni sono correlate a variabili multiple: tolleranza al carico, affaticamento neuromuscolare, intensità degli sprint, ripetizione dei cambi di direzione, gestione delle micro-variazioni. Tuttavia, accanto ai determinanti fisiologici, un ruolo cruciale è giocato anche dai fattori organizzativi e gestionali.
Il cambio allenatore altera inevitabilmente il precedente equilibrio tra carichi, volumi, intensità, densità e modalità di allenamento. Questa perturbazione, in assenza di un adeguato periodo di adattamento, modifica la risposta neurofisiologica dell’atleta e aumenta il rischio di lesioni.
Il costo economico di tali eventi è considerevole: un singolo infortunio muscolare può comportare perdite superiori ai 500.000 euro tra stipendio, trattamenti, impatto sulle prestazioni e valore potenzialmente ridotto del giocatore.
Lo studio che ha misurato l’effetto del cambio allenatore
Un contributo rilevante proviene da uno studio prospettico di coorte condotto nella Super League turca (Dönmez et al., 2018), una competizione caratterizzata da un elevato tasso di turnover tecnico.
I ricercatori hanno monitorato 118 giocatori per tre stagioni, totalizzando oltre 53.000 ore di esposizione complessiva. L’obiettivo era valutare l’incidenza delle lesioni muscolari in relazione ai periodi di stabilità tecnica e ai momenti successivi al cambio di allenatore.
Tutte le diagnosi sono state confermate mediante risonanza magnetica (MRI), garantendo elevata accuratezza clinica e permettendo un’analisi precisa dei fenomeni lesivi.
L’incidenza complessiva è risultata pari a 2.3 infortuni ogni 1000 ore, con un rischio circa dieci volte superiore in partita rispetto all’allenamento (13.6 vs 1.2 per 1000 ore).

Il rischio esplode nelle settimane successive al cambio di guida tecnica
L’analisi dei dati ha mostrato un risultato inequivocabile: nelle quattro settimane successive al cambio allenatore, l’incidenza degli infortuni muscolari aumenta in modo sostanziale. Gli autori hanno identificato un incremento significativo di lesioni correlate a sovraccarico e livelli anomali di stress neuromuscolare.
Il meccanismo fisiologico alla base è legato alla mancata capacità del sistema neuromuscolare di adattarsi ai nuovi stimoli: variazioni improvvise nel volume, nella distribuzione dei carichi o nei modelli motori richiesti compromettono la sincronizzazione tra unità motorie, coordinazione intermuscolare e controllo centrale del movimento.
Questa instabilità momentanea rende il tessuto più vulnerabile agli stress meccanici, generando un picco di rischio difficilmente compensabile dagli atleti, soprattutto in periodi ad alta densità di gare.
Perché accade: la spiegazione neurofisiologica
Il cambio allenatore induce un vero e proprio shock al sistema neuromuscolare, che deve riorganizzare rapidamente i parametri di controllo motorio. Tra i principali fattori fisiologici coinvolti rientrano:
- Ridefinizione dei pattern motori
Nuovi schemi tattici modificano tempi, angoli e frequenze di attivazione muscolare. - Variazione della densità del carico
Cambiano intensità, recupero e progressioni, imponendo adattamenti rapidi all’apparato neuromuscolare. - Stress cognitivo aumentato
L’atleta deve elaborare nuove informazioni, aumentando la fatica centrale. - Disallineamento temporaneo tra agonisti e antagonisti
Le sinergie motorie necessitano di tempo per stabilizzarsi sotto un nuovo sistema di stimoli.
La combinazione di questi fattori porta a una momentanea riduzione della capacità del muscolo di gestire gli stress di allungamento ad alta velocità, tipici delle fasi di sprint e cambi di direzione.
Conclusioni: l’importanza della stabilità tecnica per la salute muscolare
I dati scientifici dimostrano in modo chiaro che il cambio allenatore non è un evento neutro dal punto di vista fisiologico: rappresenta uno dei momenti a più alto rischio per l’integrità muscolare dell’atleta.
Dal punto di vista biomeccanico e neurofisiologico, la stabilità tecnica costituisce un elemento fondamentale per la prevenzione degli infortuni. La gestione del carico deve essere progressiva e regolata da un’analisi multifattoriale che consideri non solo la performance ma anche l’adattamento neuromuscolare.
Un approccio scientifico, supportato da dati oggettivi e da un coordinamento integrato tra staff tecnico, preparatori e medici, è essenziale per ridurre i picchi di rischio e ottimizzare la salute dell’atleta.
Il messaggio finale è chiaro: le prestazioni non migliorano con l’instabilità. La continuità tecnica non è soltanto una scelta gestionale, ma un requisito biologico per preservare la funzionalità neuromuscolare e garantire performance sostenibili nel lungo periodo.
















